LE RICHIESTE DEI VIGNAIOLI INDIPENDENTI

La protesta degli associati Fivi domenica al Vinitaly (al centro a sx con il bicchiere la presidente Matilde Poggi)

115 Vignaioli FIVI con la stessa maglietta, riuniti sotto l’hashtag #fiVINOburocrazia. È successo a Vinitaly, allo stand della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Pad. 8 Stand B8/E9). L’occasione è stata quella del lancio del rinnovato dossier burocrazia, ideato per alleggerire il peso degli adempimenti e riportare la vigna al centro del lavoro dei vignaioli.
Ecco le sette richieste in breve:
1. Sicurezza sul lavoro: è necessario che a condurre i corsi relativi all’uso in sicurezza di dotazioni meccaniche (trattrici in primis) sia personale con esperienza pratica.
2. Vinacce e fecce utilizzate agronomicamente: FIVI chiede con urgenza che venga posto rimedio al vuoto normativo che di fatto ne impedisce l’utilizzo come fertilizzante.
3. Registri telematici: FIVI rinnova la richiesta di rendere obbligatorio il SIAN solo quando dimostrerà un funzionamento stabile e affidabile e che sia facoltativo per i piccoli produttori.
4. Controlli e condivisione delle informazioni fra gli enti preposti: FIVI richiede che le informazioni derivanti da visite ispettive di qualsivoglia ente o autorità sia condivisa per via telematica.
5. Spedizioni e documenti di accompagnamento: la richiesta di FIVI è di aumentare fino a 240 bottiglie il limite per le spedizioni a privati e di prevedere nello sviluppo del registro telematico sul SIAN una funzione che provveda il produttore viticolo di documento INTRASTAT.
6. Commissioni di degustazione: FIVI rinnova la richiesta di ammettere produttori ammessi a far parte nelle commissioni delle DOC e DOCG.
7. Protezione e monitoraggio dei vigneti: FIVI propone la creazione e l’implementazione del monitoraggio della vulnerabilità al rame e agli altri elementi utilizzati nella difesa attiva che si accumulano nel suolo.

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DOPO REPORT E’ POLEMICA. BORTOLIN: “BASTA CON IL NOME PROSECCO”

 

proseccoRiceviamo e pubblichiamo

Gentile dottoressa Gabanelli,

ho sempre seguito con grande interesse il suo programma avendo stima del suo lavoro e della sua professionalità, ma sono rimasto molto deluso dal servizio andato in onda il 14 novembre relativo al “Fenomeno Prosecco”, fenomeno che conosco molto bene essendo io il titolare di una cantina sita nel cuore della Docg Conegliano-Valdobbiadene: Guia di Valdobbiadene. Prima di me mio padre, mio nonno e il mio bisnonno hanno coltivato questa terra impervia, con le sue “rive” scoscese che si possono vendemmiare solamente a mano, producendo esclusivamente “Prosecco”. Ma non un “Prosecco” qualsiasi, come invece nel servizio è stato presentato indistintamente, bensì il Prosecco Superiore che con il prodotto omonimo coltivato in quell’ampia fetta di territorio compreso tra Venezia, Treviso e Trieste ha veramente poco a che fare. Il vitigno è lo stesso, il Glera, ma le peculiarità del territorio di Valdobbiadene con le sue caratteristiche colline e il microclima unico, lo trasformano in uno spumante decisamente superiore in profumi, aromi e qualità. Non per niente il costo delle uve, come da voi sottolineato, è più alto. E questo perché, rispetto all’uva glera coltivata nelle pianure trevigiane, veneziane e triestine, quella dei nostri vigneti è raccolta rigorosamente a mano come previsto dal disciplinare. La particolare conformazione del nostro territorio rende quasi impossibile il passaggio di trattori o di atomizzatori la nostra agricoltura viene definita per questo “eroica”. All’interno del vostro servizio non è stato fatto un chiaro riferimento a questa distinzione (Prosecco Docg e Prosecco Superiore Docg) mettendo così anche noi nel mucchio di coloro che sono stati accusati più o meno velatamente di essere dei produttori senza scrupoli, interessati solo ad aumentare la produzione, noncuranti della salute dei cittadini e della tutela del territorio, quando siamo i primi a voler prendere le distanze dal “fenomeno Prosecco”, i primi ad essere danneggiati dall’allargamento della Denominazione, i primi a non voler intensificare le coltivazioni. La nostra Denominazione Conegliano-Valdobbiadene prevede una resa per ettaro molto inferiore rispetto a quella della DOC ( 135 contro 180 quintali ettaro), un modo questo per migliorare la qualità delle uve ma anche per rispettare le nostre colline, tutelando il paesaggio. La coltivazione intensiva dei vigneti non è nell’interesse dei coltivatori di Valdobbiadene, così come non lo è l’utilizzo di trattamenti che possano danneggiare la salute di tutti noi che viviamo con le nostre famiglie proprio immersi tra questi vigneti. Riguardo ai trattamenti, a meno che non ci sia l’esplicita volontà di parteggiare per i vini bio contro tutti gli altri, è necessario spiegare ai tanti spettatori del programma che è normale eseguire dei trattamenti, qualsiasi sia la coltura agricola. A sentire il vostro servizio sembrerebbe davvero che da parte nostra non ci sia la ben minima cura e rispetto del territorio e delle persone: mi creda, tolto qualcuno privo di buon senso, il resto degli addetti ai lavori sa bene come comportarsi e svolge il suo lavoro attenendosi scrupolosamente ai regolamenti in materia. E’ nostro primario interesse come cittadini di questo territorio denunciare coloro che non rispettano la legge e pretendere che vengano sanzionati. Per questo chiediamo maggiori controlli. Ma al tempo stesso non possiamo tacere di fronte alla presentazione di una versione distorta della realtà: nel vostro reportage si mostrano ripetutamente trattamenti eseguiti da elicotteri non più in uso da almeno 3/4 stagioni. Una pratica che comunque veniva utilizzata solo per 380 ettari all’anno su 6500 ettari coltivati in quell’epoca. Poco più del 5% eppure sembrava quasi usassimo solo quello. Mi dispiace davvero dover osservare la confusione con cui è stato montato il servizio, generalizzando i problemi senza però affrontare il problema vero. Il “fenomeno Prosecco” non appartiene a Valdobbiadene, ma è qualcosa che a noi coltivatori di Valdobbiadene fa rabbrividire, che noi stessi contrastiamo puntando sulla qualità dei nostri prodotti e non sul numero di bottiglie.Basti pensare che il Consorzio del Conegliano-Valdobbiadene DOCG produce quasi 80 mln di bottiglie, con crescita annua di un paio di milioni di bottiglie, mentre il Prosecco DOC nel 2015 ha prodotto circa 355 milioni di bottiglie, 50 milioni in più rispetto all’anno precedente, quasi 2/3 della nostra intera produzione. E’ da tempo che sostengo la necessità per noi viticoltori di Valdobbiadene di sdoganarci dal nome “Prosecco” che è ormai sfruttato da tanti come opportunità di business internazionale, data la richiesta del mercato. E il mercato, soprattutto quello internazionale, non ha ancora capito la differenza né è in grado di apprezzare il valore della nostra viticoltura eroica, della nostra storia. Non ci interessa vendere di più, semplicemente perché più di così non possiamo produrre senza danneggiare irrimediabilmente questo territorio straordinario e bellissimo. Ci interesserebbe semplicemente essere riconosciuti. Una volta il “Prosecco” si coltivava solo nelle nostre colline e in una piccola parte della provincia di Treviso e se c’è qualcuno che deve sentirsi “derubato” siamo proprio noi. E’ solo sulle nostre colline scoscese che i raggi del sole raggiungono i vigneti con un inclinazione tale da far maturare le uve e conferendo loro quei profumi inimitabili. Ed è solo sulle nostre colline che il “Prosecco” si trasforma in un nettare unico che nel suo aroma racchiude tutta la tradizione enologica dei nostri antenati, tutta la nostra storia.Tutti noi viviamo in stretto contatto con questo territorio, immersi con le nostre case e i nostri figli nei nostri vigneti, così come lo sono stati i nostri genitori e i nostri nonni. E per le nostre famiglie desideriamo solo il meglio, di poter continuare a vivere del nostro lavoro, in sicurezza e nella salvaguardia della nostra amata terra. Peccato che una trasmissione che ho sempre ritenuto integerrima (finchè toccava argomenti che non conoscevo così direttamente) abbia trattato questa questione con tanta superficialità, non comprendendo affatto il “fenomeno Prosecco” e, anzi, contribuendo a rafforzarlo a nostro svantaggio. E’ forse davvero arrivato il momento, come io affermo da tempo, di dire basta al nome “Prosecco” e di chiamare i nostri vini esclusivamente “Conegliano-Valdobbiadene”.

Desiderio Bortolin, titolare della cantina Bortolin Angelo a Valdobbiadene

 

L’ENTE NAZIONALE RISI CHIEDE IL RIPRISTINO DEI DAZI CONTRO L’INVASIONE CAMBOGIANA

IL CENTRO RICERCHE RISO A MORTARA

IL CENTRO RICERCHE RISO A MORTARA

L’Ente Nazionale Risi ha organizzato a gennaio 2017 a Milano una riunione di tutti i paesi europei produttori di riso (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Romania, Bulgaria e Ungheria) per creare un fronte comune nel confronto con l’Unione europea. La posizione italiana è quella di richiedere l’immediato ripristino dei dazi alle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar, aboliti nel 2009. L’emergenza è determinata dal record delle importazioni comunitarie di riso lavorato “Indica” nella campagna 2015/2016 e dalla riduzione delle esportazioni comunitarie che hanno generato un aumento degli stock comunitari di riporto nella campagna attuale. L’Italia, con i suoi 234 mila ettari coltivati a riso e un consumo pro capite annuo di 6 kg, è il primo Paese produttore di riso dell’Unione europea. Nella filiera italiana operano 4.265 aziende risicole e circa 5.000 addetti, circa 100 industrie risiere, di cui 6 detengono complessivamente più del 50 % del mercato. Il riso lavorato rappresenta un giro d’affari di circa un miliardo di euro. Il risotto, che si prepara esclusivamente con varietà di riso prodotte in Italia, va ricordato, è ormai un prodotto tipico del food made in Italy, non a caso celebrato anche nel recente Expo2015. Ma questa realtà è messa in pericolo dalle importazioni di riso “Indica” a dazio zero da Cambogia e Myanmar. Nel 2015 l’Unione europa aveva raccomandato al governo cambogiano di stabilizzare i volumi dell’export di riso verso l’Europa, ma la promessa è stata totalmente disattesa, tanto che la Commissione europea ha nuovamente inviato una sua delegazione in Cambogia il 13 luglio 2016; un incontro che non ha prodotto alcun risultato concreto. “In realtà l’impegno della Commissione sembra essere soltanto di facciata – ha dichiarato Paolo Carrà, presidente dell’Ente Nazionale Risi – perché non ha mai voluto, sinora, assumere decisioni formali nei confronti di Cambogia e Myanmar. Le sole promesse degli operatori cambogiani non bastano a salvaguardare gli interessi della filiera risicola comunitaria. È necessario quindi unire le forze per arrivare a Bruxelles con una posizione comune che convinca le Istituzioni comunitarie ad agire con rapidità”. In Italia la raccolta del riso sta procedendo a pieno ritmo grazie alle belle giornate autunnali. Alla data odierna, la raccolta ha raggiunto il 60% della superficie seminata, ma, considerato il ritardo delle operazioni rispetto all’anno scorso, è ancora impossibile preventivare l’entità della pro+duzione. La produzione italiana è destinata per un terzo al consumo interno ed il resto è avviato all’esportazione in Europa e nel mondo. In Italia si coltivano circa 140 varietà. Il riso, secondo la normativa europea, si può suddividere in chicchi tondi (adatti per minestre e dolci), medi (timballi, sartù, etc.), lunghi A (risotti) e Lunghi B – Indica (contorni). Le varietà vanto dell’alta gastronomia italiana nel mondo e predilette dai grandi chef sono il Carnaroli, l’Arborio ed il Vialone Nano. In Italia opera un avanzato Centro Ricerche sul Riso, realizzato dall’Ente Nazionale Risi a Castello d’Agogna, vicino Mortara in provincia di Pavia, non lontano da Milano. Le attività di ricerca e di sperimentazione sviluppate dal Centro Ricerche sul Riso sono articolate in tre settori principali: miglioramento genetico e biotecnologie; agronomia e difesa della coltura nell’interesse di una risicoltura sostenibile; chimica e merceologia (unico laboratorio nell’Unione europea accreditato per le analisi merceologiche sul riso). È anche presente “la banca del germoplasma” che conserva circa 1.500 semi di tutte le qualità di risi italiani e del mondo, unica nel suo genere.

CONTRAFFAZIONI: ASIAGO DOP STOPPA AMAZON EUROPE

Un nuovo tentativo di contraffazione online è stato sventato dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago che, sulla piattaforma Amazon Europe, ha fatto ritirare una sedicente salsa “Asiago Dressing” non contenente affatto Asiago DOP. Asiago DOP non è nuovo a questo tipo di interventi. Già nel 2014, grazie all’accordo che rende operativo il Programma di verifica dei diritti di proprietà (Verified Rights Owner – VeRO), sistema che consente ai titolari di diritti di proprietà intellettuale di segnalare eventuali violazioni, il Consorzio di Tutela, anche in quel caso con il pronto intervento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) del Mipaaf, aveva bloccato su eBay un’inserzione di un produttore americano di falso Asiago DOP disponibile all’invio in Europa. La crescente diffusione dell’e-commerce agroalimentare che, confermano i dati dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm del Politecnico di Milano, nel 2015, ha registrato un fatturato, per il Food & Wine enogastronomico, intorno ai 260 milioni di euro e, secondo stime europee, si prevede, nel 2017, raggiungerà il 7 per cento delle vendite totali, impone un impegno senza confini nella tutela del consumatore e valorizzazione delle produzioni DOP e IGP. “Ancora una volta – afferma il Presidente del Consorzio, Fiorenzo Rigoni – siamo a testimoniare il nostro impegno contro ogni tentativo di contraffazione e a riconoscere come la strada della collaborazione tra Consorzio di Tutela, ministero delle Politiche Agricole e, in questo caso, Amazon sia efficace.” Distintività territoriale, tipicità, storia e tradizione sono il patrimonio anche di immagine e reputazione che distingue le produzioni italiane di denominazione d’origine protetta. A salvaguardia di questa ricchezza, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago ha da tempo attivato uno specifico servizio di monitoraggio sfruttando gli accordi delle autorità italiane con le principali piattaforme online internazionali da un lato e stimolando la piena applicazione della norma ex officio introdotta dal Regolamento (UE) 1151/2012 che stabilisce l’obbligo, per ogni paese della Ue, di difendere le denominazioni protette perché parte del patrimonio culturale dell’Unione. Sull’importanza del tema, basti ricordare che, da quando è in vigore la norma ex officio, l’Italia ha segnalato oltre 670 casi lesivi del made in Italy, sia all’estero che sul web e solo online sono state bloccate 395 tipologie di prodotti, 330 su eBay e 65 su AliBaba.

BASTA! DISERTIAMO LE SAGRE INQUALIFICABILI

di GALDINO ZARASagra degli Gnocchi 3

Con l’estate torna il desiderio di uscire la sera, di incontrare altra gente, di parlare, di discutere, di divertirsi. E puntualmente scoppia anche la polemica contro le troppe sagre e feste nel nostro Paese. Portavoce di queste polemiche sono le associazioni di categoria che rivendicano una concorrenza sleale da parte di chi organizza le manifestazioni: è in ballo la sopravvivenza economica di molti ristoranti e pubblici esercizi che si trovano con il lavoro quasi ridotto a zero, vale a dire in molti casi: rischio chiusura. E alcuni tentativi di regolamentazione sono stati fatti sia a livello provinciale che regionale, ma con scarsi risultati. Ed ecco alcuni dati, raccolti e pubblicati dalla Coldiretti per l’anno 2013,  che rendono l’esatta situazione:  25 milioni tra italiani e stranieri hanno partecipato a sagre e manifestazioni analoghe nel territorio nazionale; negli 8.000 comuni italiani sono stimate da 18.000 a 30.000 le sagre realizzate; il 50% di esse è gestito dalle Pro Loco; 8 su 10 si svolgono tra giugno e settembre e la massima concentrazione avviene ad agosto.  In molti casi è evidente, soprattutto negli eventi organizzati negli ultimi anni, che molte feste e sagre gastronomiche non hanno nè  la caratterizzazione dell’evento paesano, nè la valorizzazione della tradizione e tanto meno quella di promuovere i prodotti locali. Insomma sono soltanto un affare per gli organizzatori. E pensare che che sagra nasce originariamente come ricorrenza sacra, una festa religiosa in occasione della consacrazione di una chiesa, di un’immagine sacra o del santo patrono, termine divenuto poi per via estensiva una festa di rione o di un paese dedicata a un prodotto locale. Queste sagre propongono atmosfere tipiche della civiltà contadina collegate al calendario liturgico ripercorrendo le condizioni alimentari (la negazione della fame), lo scongiurare i rischi per il raccolto e il proporsi come propiziatorie per il nuovo raccolto. A proporre e organizzare queste sagre sono fondamentalmente comitati spontanei di cittadini raggruppati in associazioni parrocchiali, circoli culturali e ricreativi, associazioni sportive e di volontariato, centri sociali, ecc. Non sempre in queste situazioni si tengono conto delle tradizioni gastronomiche, come lascia a desiderare la qualità dei prodotti somministrati. Ciò nonostante non costituisce ragione sufficiente per destituire il senso dei loro valori funzionali o per ritenerle prive di matrice identitaria popolare. Altra cosa sono le sagre gastronomiche, e per questo forse è meglio chiamarle solo “eventi”, che sono diventate un fenomeno colle radicate a partire dagli anni ’70 con ritmi di elevata crescita nei decenni successivi. Il superamento dell’economia agraria di sussistenza, la maggior disponibilità economica e la possibilità di usufruire di maggior tempo libero da destinare allo svago hanno dato impulso al moltiplicarsi di queste manifestazioni. In altri casi la sagra rappresenta la moda del localismo e la rivalutazione della gastronomia tradizionale. Questa tipologia corrisponde ad una gamma di eventi difficilmente catalogabili: feste e sagre con consistenti investimenti economici, altre utilizzano impianti organizzativi più semplici, alcune trovano svolgimento nel corso delle sagre tradizionali, altre costituiscono eventi “laici” dal carattere concorrenziale alle sagre tradizionali,  alcune perseguono la promozione di un prodotto alimentare o di una ricetta locale, altre si limitano a proporre un’offerta commerciale di generi alimentari di più ampio consenso, alcune sagre hanno delle storie centenarie (sagra dei osei di Sacile arrivata alla 740^ edizione o la fiera del bue grasso di Carrù alla 103^ edizione), altre di recente proposta e molte volte allestite in maniera saltuaria. Tutte invece prevedono un corrispettivo in denaro in cambio della somministrazione di cibo. Considerato che nella stragrande maggioranza dei casi la manodopera per la gestione delle sagre è volontaria, ne risulta un utile di esercizio il quale trova impieghi di carattere diversificato che vanno dal restauro di chiese ed oratori, al parco giochi per i bambini, alle campagne di raccolta fondi per attività sociali e umanitarie, ecc. Le sagre gastronomiche spesso rappresentano un fenomeno di invenzione della tradizione utilizzando strumentalmente la cultura popolare, in talune situazioni possono esercitare genuini obiettivi soprattutto in determinate zone del Paese: promuovere risorse produttive nelle aree rurali e montane, attivare un indotto turistico se pur circoscritto a qualche fine settimana per valorizzare l’economia dei centri stessi, ricostruire un’identità di genti, disgregati dallo spopolamento degli ambienti rurali. Troppe invece la situazioni che sembrano rispondere ad un solo obiettivo: il business economico. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e i nostri denti, troppe sagre sono inqualificabili e stanno facendo del male al Paese Italia oltre che a ristoratori e pubblici esercizi. Materie prime di scarsa qualità e con nessun legame con il territorio (vedi sagra dello struzzo), sagre dove il prodotto a cui sono legate le feste è fuori stagione. Per non parlare della sicurezza alimentare che dovrebbe essere garantita da corsi di informazione per gli addetti al servizio che riguardano in particolare temi come la conservazione, la manipolazione e la cottura delle derrate. Rivendichiamo sagre tradizionali vere, frutto della cultura popolare dove si utilizzino prodotti di qualità, stagionali, rispettosi dell’ambiente in cui vengono coltivati e/o allevati, prodotti locali (locale: identifica la stretta connessione tra un prodotto e un territorio e quindi richiama a caratteristiche proprie di quella zona) nel rispetto della sicurezza alimentare. Tutte quelle sagre che non avranno (e sono tante) questi requisiti devono chiudere i battenti!!! A chi il controllo??? Cominciamo noi consumatori a disertare le sagre inqualificabili.

LATTE BIO VS CONVENZIONALE, UGUALE VALORE NUTRITIVO MA IL BIO VALE DI PIÙ

latte-crudo-alla-spina-punti-acquisto-chilometro-zero-640x404Il biologico macina, ogni anno, record su record. Aumenti di fatturato, penetrazione di mercato e sensibilità dei consumatori. Questa passione si consolida. Ma il prodotto biologico è davvero migliore del convenzionale? Ad avere dei dubbi sono stati i ricercatori dell’Università di Auckland, in Nuova Zelanda, che hanno comparato le proprietà nutrizionali e salutistiche di latte biologico e latte convenzionale. In base alla loro ricerca, che ha messo a confronto i risultati di quasi 200 pubblicazioni scientifiche, le composizioni dei due tipi di latte non sono poi così diverse, specie per quanto riguarda gli acidi grassi. Una scoperta solo apparentemente sorprendente, poiché, secondo gli studiosi neozelandesi, le differenze risiedono più nel regime alimentare delle vacche che nelle regole della zootecnia biologica che, tra l’altro, non sono uguali in tutto il mondo. Ha allora un senso pagare un premio di prezzo al latte biologico rispetto a quello convenzionale? Secondo i ricercatori, in questo caso, entrano in gioco fattori difficilmente ponderabili, di percezione del consumatore, che valuta la zootecnia convenzionale come altamente impattante sotto il profilo ambientale, in quanto avrebbe bisogno di maggiori input energetici, di più fertilizzanti di sintesi per produrre il foraggio necessario al bestiame. A queste valutazioni si aggiungono il maggiore legame percepito del regime biologico col territorio, con le razze autoctone e comunque con uno stile di vita più naturale e salutare. Tutti questi fattori, sebbene non vi siano differenze sul piano nutrizionale, giustificano il premio di prezzo.

(Ufficio Stampa Veronafiere)

LE ECCELLENZE ITALICHE TAROCCATE VANNO A RUBA ANCHE IN ITALIA

Mortadela Bolonia!!!!!

Mortadela Bolonia!!!!!

Si trovano in ogni dove, sugli scaffali internazionali. Si tratta delle eccellenze agroalimentari italiane, famose nel mondo, che vengono contraffatte per trarre illeciti profitti. Anche i prodotti Italian sounding si trovano nei supermercati, nei negozi ma sempre più su internet. Basti pensare che la metà degli interventi della Repressione frodi nel contrasto alla contraffazione di marchi protetti riguarda proprio il web. A dominare la scena i formaggi. È infatti il classico parmesan ad aver raggiunto il maggior numero di segnalazioni, ben 29, seguito a ruota, però, da un “pecorino siciliano” che di italiano aveva però ben poco. Il terzo gradino del podio spetta all’”aceto balsamico di Modena”, ovviamente fasullo, che ha ottenuto 10 segnalazioni. Ma quali sono i Paesi dove si vende più spesso, via internet, il made in Italy tarocco? Gli Stati Uniti, certamente, ma anche, a sorpresa, l’Italia. Sono queste le due nazioni che si contendono il primato, segue poi la Germania. Se però andiamo oltre lo shopping on line, scopriamo che i falsari si trovano soprattutto nel Nord Europa. Sugli scaffali della Grande Distribuzione inglese, secondo le indagini svolte dal Ministero delle politiche agricole italiano nei primi 11 mesi del 2014, troviamo falso olio extra vergine d’oliva toscano e ligure, ma anche pecorino romano e prosciutto San Daniele non originali e garantiti. Falso Parmigiano Reggiano è stato scoperto in Francia, Danimarca, Olanda e Belgio. La palma della fantasia spetta però agli spagnoli che hanno inventato una fantomatica Mortadela Bolonia. Anche formaggi non conosciuti in tutte le parti d’Italia come gorgonzola, fontina e asiago sono stati trovati contraffatti in Danimarca, Belgio e persino Lettonia.

(ufficio stampa Veronafiere)

UN’AGENDA ALLERGENI, PROPOSTA-PROTESTA DI CONFCOMMERCIO VENETO

Massimo Zanon presidente di Confcommercio Veneto

Massimo Zanon presidente di Confcommercio Veneto

Una ‘cassetta degli attrezzi’ e un appello al ministro della Salute Beatrice Lorenzin: è la risposta di Confcommercio Veneto al silenzio del Governo alla vigilia dell’entrata in vigore del regolamento europeo che obbliga, tra gli altri, i ristoratori a dichiarare la presenza di allergeni nei menu. “Questo silenzio è un vero e proprio schiaffo alla dignità dell’impresa e delle persone che lavorano e vivono nel nostro Paese – dice il presidente di Confcommercio Veneto Massimo Zanon – e che con il proprio impegno e con le proprie tasse lo tengono in piedi e ne mantengono i costosi e inutili apparati”. Dunque domani scatterà il Regolamento UE 1169/2011 sui prodotti venduti in bar, ristoranti, pizzerie, gastronomie, panetterie, eccetera. 300mila imprese che producono e vendono alimenti non pre-imballati con i loro 750.000 addetti non hanno ricevuto alcuna “istruzione per l’uso” ufficiale perché nessun ministero, nessuna istituzione pubblica ha prodotto un documento sul tema, lasciando allo sbando non solo le imprese ma anche le associazioni che le rappresentano. Di qui l’appello al ministro Lorenzin perché intervenga urgentemente nei confronti delle Direzioni Tecniche del suo ministero affinché predispongano atti regolamentari che diano libertà di scelta agli operatori italiani al pari dei colleghi europei, consentendo loro di scegliere la migliore opzione tra quella scritta e quella orale. Confcommercio Veneto che per prima ha denunciato questo “assenteismo colposo”, evidenziando al tempo stesso che la previsione di un’unica procedura di informazione del cliente (quella scritta) rende di fatto impraticabile rispettare il nuovo obbligo, pur nell’incertezza del diritto, intende trasformare la minaccia di sanzione per gli inadempienti nell’opportunità di sperimentare nuove modalità di informazione proponendo due alternative a scelta delle singole imprese:

Forma scritta (sui menu o sui listini prezzi)
Forma orale , a richiesta ( e con tutte le garanzie del caso)
Così già da domani, 13 dicembre 2014, il consumatore in Veneto potrà contare su un’informazione corretta prima di scegliere una consumazione: gli basterà leggere il menu o rivolgere la richiesta al personale. A monte, il responsabile aziendale avrà compilato un formulario inserendo per ogni piatto gli eventuali allergeni; aggiornerà poi in tempo reale il documento (“agenda allergeni”) in funzione della modifica di una o più ricette per la sostituzione di una marca o di un prodotto con un altro per rispettarne la stagionalità, e provvederà a informare il personale di sala “tracciandone” l’avvenuta presa di conoscenza. Avvisi affissi/diffusi plurilingue (come si deve in una regione che è la leader del turismo italiano) inviteranno i consumatori a informarsi prima di scegliere. Alle imprese, qualunque opzione venisse scelta, grazie all’Agenda Allergeni sarà garantita una procedura organizzativa capace di soddisfare con chiarezza e tempestività le esigenze informative sulla composizione degli alimenti. Quella del rispetto della dignità d’impresa e della fiducia nei suoi confronti è per Confcommercio Veneto l’unica via possibile per coniugare una doverosa tutela della salute dei cittadini, con la salvaguardia delle nostre tradizioni alimentari e dell’intera filiera agroalimentare italiana. “Ci saremmo aspettati le scuse da parte del Governo o di una qualche istituzione – dichiara ancora Massimo Zanon – scuse rivolte alle imprese e alle loro associazioni, ma anche ai cittadini, ai turisti stranieri, a coloro che soffrono di allergie o di intolleranze alimentari”. “Insistere cocciutamente con la “politica del bugiardino” per gli allergeni al ristorante – sostiene Edi Sommariva, consigliere delegato di Confcommercio Veneto – vuol dire sbagliare target, perché anziché tutelare la salute dei consumatori e la dignità di imprese e lavoratori, si finisce con il difendere soltanto la burocrazia dei controlli e dei controllori. Tanto più che per le sagre, ad esempio, non esiste alcun obbligo in proposito”.

NOCCIOLE E OLIO EVO ALLE STELLE, COLPA DEL CLIMA IMPAZZITO

Torta cioccolato e nocciole

Torta cioccolato e nocciole

Tartufi e funghi di qualità a prezzi dimezzati. Castagne e olio che mancano e i cui prezzi stanno schizzando alle stelle. Il prezzo dei tartufi d’Alba è dimezzato, da 4 a 2 euro al grammo rispetto all’anno scorso, mentre il prezzo dell’extra vergine è raddoppiato, da 3 a 6 euro al chilo rispetto alla passata stagione. Ma con quali altri rincari dovremo fare i conti nei prossimi mesi per colpa di un clima impazzito? Secondo la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, è lecito attendersi un aumento del prezzo del caffè visto il drammatico calo produttivo in Brasile, principale produttore mondiale. Non va meglio neanche per le nocciole, che costituiscono la base di molti dolci natalizi e le cui quotazioni in Turchia, dove ha sede il mercato principale, sono aumentate del 60% da inizio anno. Possibili aumenti in vista anche per la pasta, con le quotazioni del grano duro aumentate dell’11% rispetto allo scorso anno. Secondo le proiezioni della Borsa merci telematica italiana è lecito attendersi un ulteriore aumento dei prezzi per via dei problemi di qualità del frumento duro sia in Francia che in Canada. Allargando ulteriormente l’orizzonte dovremo rassegnarci a spendere sempre di più per gli alimenti a base di cereali. Secondo Oxfam, il network internazionale di 17 organizzazioni di Paesi diversi attivo nella lotta globale contro la povertà e l’ingiustizia, entro il 2030 prodotti a base di cereali come ad esempio i corn flakes aumenteranno fino al 44%. In prospettiva, l’incremento del costi dei cereali si rifletterà anche sui prezzi della carne.

(ufficio stampa Verona Fiere)

SFIDA APERTA FRA PIZZA HUT E LA VERA PIZZA NAPOLETANA

 

Una delle tante Pizza Hut

Una delle tante Pizza Hut

La pizza napoletana ci riprova. Dopo essere stata bocciata dall’Unesco nel 2012, l’Italia sembra intenzionata a riproporre la candidatura per diventare patrimonio dell’umanità, anche grazie allo straordinario appoggio popolare, con decine di migliaia di firme raccolte in poche settimane. La pizza napoletana è già, dal 4 febbraio 2010, una Specialità Tradizionale garantita dall’Unione Europea, ma questo riconoscimento non basta a proteggerla dai numerosi tentativi di imitazione in tutto il mondo.
Oltre all’origine, la differenza la fanno anche le materie prime usate, tutte italiane, contro il pomodoro cinese, grano e cagliate dell’est Europa, olio di semi al posto dell’extravergine di oliva. Per non parlare proprio dell’identità stessa della pizza, una “proprietà intellettuale” di cui molti, tra cui gli americani, vorrebbero appropriarsi.
Pizza Hut, la popolare catena di ristoranti-pizzerie americana (12.000 ristoranti in più di 100 Paesi), ha deciso di proporre, dal 19 novembre 2014, un menu totalmente rinnovato con 11 nuovi tipi di pizza, 10 nuovi tipi di impasto, sei nuove salse e quattro nuovi condimenti. Alcune delle nuove proposte faranno sicuramente accapponare la pelle ai puristi della pizza napoletana. Nel nuovo menu un nuovo impasto al miele, la salsa al parmigiano con l’aglio, sei ricette speciali tra cui quella ai sette peperoncini e le skinny slice, versione dietetica con tranci da 250 calorie ognuno.  La sfida planetaria tra la vera pizza napoletana e la pizza americana è aperta.

(ufficio stampa Verona Fiere)