DAL CALCIO ALLA VIGNA, LA NUOVA VITA DI NEVIO SCALA

Da sinistra, Claudio Scala, Nevio Scala e Stefano Edel

Il campo lo ha sempre avuto nel sangue. Il campo da calcio, intanto, dove si è fatto conoscere e apprezzare con diverse casacche come Milan, Roma, Fiorentina, Inter, tanto per citarne alcune. Siamo tra gli anni Sessanta e Settanta, anche se è molto più conosciuto per quanto ha fatto in panchina, a Parma soprattutto, dove in sette anni ha vinto coppe nazionali, internazionali, prima delle esperienze all’estero tra Ucraina, Turchia e Germania, dove con il Borussia Dortmund si è tolto la soddisfazione di vincere la Coppa Intercontinentale.
Ma campo si può anche intendere terra, perché le sue origine contadine non le hai mai negate, anzi ne va orgoglisamente fiero, e ora ha un’azienda vitivinicola, che porta il suo nome, a Lozzo Atestino, paese padovano dov’è nato nel 1947. Con il figlio Claudio, punta tutto sul biologico e una cena al Perché di Roncade (Treviso), è stata l’occasione non solo per conoscere i suoi vitigni ma anche la sua passione per il vino. Lavora in stretta collaborazione con Stefano Menti, dell’azienda agricola Giovanni Menti, ed esperto di agricoltura biodinamica.
«Già dal 1929 – spiega Scala – la mia famiglia aveva la terra ma eravamo in affitto. Poi, grazie al calcio, siamo riusciti ad acquistarla ed eccoci qui». E, infatti, l’attività è parte di un progetto più ampio nato dalla volontà di rilanciare l’azienda di famiglia situata ai piedi dei colli Euganei, nella pianura bonificata da stagni e paludi a partire dal lontano basso medioevo. Si lavora in fase di conversione biologica; qui si adottano pratiche agronomiche che non prevedono l’uso di prodotti di sintesi chimica e sono inserite in un modello di produzione che eviti lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Si punta, invece, tali risorse all’interno di un modello di sviluppo sostenibile nel tempo, economicamente, biologicamente, ma anche socialmente come parte della responsabilità d’impresa. I seminativi, a rotazione per una gestione equilibrata delle risorse, includono frumento, orzo e farro, colza, medicaio, soia, canapa, pisello proteico, favino; sono previste colture intermedie per il reintegro delle sostanze nutritive come i sovesci – di brassicacee, leguminose, graminacee e essenze mellifere – che vengono interrati per la produzione di humus.
Il vigneto è composto attualmente da circa 3,4 ettari di garganega impiantati nel maggio 2015, poco più di mezzo ettaro di merlot, mezzo di cabernet franc, messi a dimora nel maggio 2016, 1,1 ettari di malvasia istriana e altro mezzo di merlot impiantati nel marzo 2017. Nel 2018 sono state piantate 4200 barbatelle di moscato bianco e giallo e 2000 innesti di marze di vecchie varietà autoctone – Turchetta, Recantina, Pataresca, Corbinona – recuperate da vigneti dei colli Euganei. «Ci siamo convertiti al biologico – spiega Claudio Scala – che consideriamo un punto di partenza, dove la base è rispetto per la terra».
E al Perché sono stati portati il Gargànte, Dilètto e Còntame.
Come ha spiegato lo stesso Claudio Scala parlando dei tre prodotti, la prima vendemmia della Garganega è stata fatta nell’agosto 2016 e ha portato alla vinificazione di tre differenti partite d’uva a progressivo stato di maturazione. Le prime sono state mostate per una base spumante che è andata a comporre il rifermentato in bottiglia sui soli lieviti indigeni, pertanto è stata scelta una vendemmia anticipata per ottenere la freschezza che caratterizza il nostro “sur lie”. Fatti salvi travasi in luna calante per la pulizia del vino e per limitare fenomeni di riduzione, nessun ulteriore intervento è stato fatto in cantina fino all’imbottigliamento avvenuto nel marzo 2017. La rifermentazione – e quindi la presa di spuma – è avvenuta in bottiglia dopo aver aggiunto alla base del mosto delle uve appassite. Con la prima annata sono state prodotte 4150 bottiglie. Il nome scelto è Gargànte, dalla radice della Garganega e per allusione ai piaceri della gola: intende essere un vino gioioso e giocoso, ma anche sincero e terreno, sole uve Garganega e niente più.
Il secondo vino in ordine cronologico di produzione è il bianco fermo pensato come quotidiano, un bicchiere di accompagnamento del pasto che più ci aggrada, con attenzione al bere in maniera genuina e moderata. Arrivate in cantina le uve Garganega di seconda vendemmia vengono pigiate a 0,8 bar, il mosto fermenta spontaneamente e rimane in vasca di cemento vetrificato fino al suo imbottigliamento nel maggio 2017. Rimane a riposo in bottiglia per almeno sei mesi prima della commercializzazione. Con la prima annata sono uscite 4230 bottiglie.
E nella cena al Perché, presentata dai giornalisti de Il Mattino di Padova Renato Malaman e Stefano Edel, il Gargànte è stato accompagnato all’aperitivo di benvenuto, con la pizza Gourmet, con Mortadella e Casatella.
Il Dilètto (questo il nome del nostro secondo vino) nasce da una prova effettuata in cantina da sola uva Garganega, con quantità minime di solforosa per proteggerlo e preservare la sua nota salina, così atipica per la nostra zona. Al Perché è stato abbinato al primo piatto, un Risotto Carnaroli di Grumolo della Abbadesse con salsiccia e dadolata di zucca.
Il Cóntame (in dialetto veneto significa ‘raccontami’), è il vino più meditativo, riflessivo, ma allo stesso tempo ciarliero. Vuole raccontarsi ma soprattutto invitare alle chiacchiere, sincere come il vino che le accompagna. È un vino macerato sulle bucce – con la tipica colorazione ambrata dei cosiddetti vini Orange – ora ancora in vasca, ove rimarrà almeno fino a febbraio 2017 e poi in bottiglia per ulteriori sei mesi. Nella serata trevigiana si è potuto degustare a fianco dei Bocconcini di coniglio in oliocottura ai chiodini servito con purè di patate.
Il futuro dell’azienda Nevio Scala sarà una nuova cantina, progettata dall’altro figlio, Sasha, di professione architetto, dove sarà un luogo sempre più a fianco dell’agricoltura sostenibile.

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