CONFCOMMERCIO: UN ASSURDO LE PISCINE NEGLI AGRITURISMI

di Massimo Zanon*

Massimo Zanon

Massimo Zanon

Il progetto di legge 340 che vorrebbe offrire maggiori opportunità all’attività agrituristica è un vero voltafaccia alla qualità e alla tutela dei consumatori e crea sperequazioni e concorrenza sleale. Nessuna guerra di frontiera, sia chiaro, ma ritenere che le attività legate all’agriturismo possano essere messe sullo stesso piano, della lunga tradizione culturale, del travaglio a garanzia di qualità e di rispetto di norme severissime proprie dell’attività di ristorazione e della ricettività alberghiera non è né politica del turismo né dell’agricoltura, è confusione. Confcommercio si è sempre dimostrata tollerante chiedendo solo che alle attività di agriturismo venissero rigorosamente applicate le norme di vigilanza e di rispetto proprie di ogni settore. Ma gli emendamenti approvati in Commissione Attività Produttive e in dirittura d’arrivo in Consiglio Regionale sono troppo. Non convince nemmeno l’innalzamento dal 50% al 60% della percentuale, in valore del prodotto, che un agriturismo deve fornire ai propri ospiti per garantire la vera genuinità dell’offerta, anzitutto perché restano ampi margini di elusione: infatti, per il mancato raccolto o altre cause che impediscono di procurarsi il prodotto “in casa” è sempre possibile accedere niente meno che al mercato ordinario della distribuzione, e con le annate e il clima sbalestrati di questi tempi il fenomeno si sta dimostrando una costante, soprattutto per i prodotti cosiddetti biologici e a km zero. Soprattutto non è possibile che un’impresa agrituristica si metta anche a offrire un bel tuffo in piscina ai propri ospiti, concedendo anche di poterla aprire ai non ospiti con il solo aggravio, in quest’ultimo caso, di dover sottostare alla normativa vigente. Evidentemente c’è un concetto fluttuante di sicurezza e poi l’acqua non deve più essere una risorsa tanto preziosa per l’agricoltura se addirittura la si destina a riempire le piscine… Ricorderei anche che un ristorante versa le imposte sui propri ricavi, mentre l’agriturismo applica un regime forfettario; che il titolare del primo paga l’Irpef secondo le normali aliquote, in base al reddito percepito, mentre il secondo la paga solo sul 25% del reddito; mentre il primo versa l’Iva come qualsiasi altra impresa, per il secondo quella dovuta è pari al 50% di quella relativa alle operazioni imponibili, che non trovano però riscontro nelle materie prime, dato che dovrebbero provenire dai loro campi. Anni di impegno per dotare le nostre aziende di standard qualitativi in termini igienico sanitari, di tutela del luogo di lavoro e rintracciabilità dei prodotti, rischiano di essere elusi da operatori che, in nome di una disinvolta genuinità, ma legalmente favorita, turba il mercato, disorienta il consumatore, crea altri privilegi e zone franche. Liberare l’economia non significa consegnare un mercato all’improvvisazione, ma consentire che qualità e competenze si affinino misurandosi con il contesto economico per poter avere pari opportunità di correre aspirando a un meritato traguardo, che poi è il vero significato del verbo competere.

*Intervento del presidente provinciale di Confcommercio Venezia interviene sul Progetto di Legge in discussione in Consiglio regionale del Veneto, relativo agli Agriturismo

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