GALDINO DICE: SALVARE LA FELICITA’ CONVIVIALE DELLE OSTERIE

Dalla Vedova a Venezia

Dalla Vedova a Venezia

Osteria, locanda, bettola, mescita, cantina, fiaschetteria, bacaro, malvasia. Stiamo parlando, più o meno, della stessa cosa da secoli: luoghi in cui si esercitava la mescita di vino e cibo, frequentati per lo più dagli uomini. Locali con arredamenti spartani, grandi banconi di legno rigati dallo struscio dei goti, pareti annerite, foto incorniciate ed ingiallite dal fumo e dal grasso della cucina; la travatura era a vista e le luci soffuse provenivano da piccoli lampioncini alle pareti, tavoli con sedie impagliate o panche. Sopra i tavoli tovagliette di carta di riso, sul bancone contenitori di vino di ogni tipo, dalle damigiane, ai bottiglioni, ai quartini, mezzi litri e litri. Evitiamo di soffermarci sulle condizioni dei servizi igienici. Un intenso e caratteristico miscuglio di odori e aromi di vino ossidato, di fumo (sigarette, trinciati per pipa, sigari toscani) di sani cicheti e di pietanze provenienti da materie prime dell’entroterra veneziano e dalle isole della laguna. Luoghi dove esisteva una giovialità schietta, autentica; dove tutti si trattavano confidenzialmente in una simbiosi di convivialità con osti e camerieri. Non è nostalgia, la mia, non vuole essere un ritorno al passato dove il duro lavoro dei campi o nelle fabbriche delineava lineamenti segnati dalla fatica e l’andare in ”osteria” diventava il modo per affogare nel vino stanchezza e miseria. Periodi certamente bui, se pensiamo che all’inizio del 1900 Venezia era la prima città in Italia per numero di morti per alcolismo. Stiamo parlando di locali che da tempo stanno scomparendo; sono cambiati gli stili di vita, i tempi; con il consumismo ci siamo trovati ad essere sempre più soli e individualisti. Ma tutto oggi si è ristabilito, colpa e causa della criasi, e appare in ordine per celebrare la saggezza dei vecchi e per impartire un insegnamento alle nuove generazioni, un recupero alla convivialità, allo stare insieme, al confronto sulle proprie condizioni di vita, al dibattito sulla politica. Dobbiamo ridisegnare la carta solidale della felicità conviviale. Oggi non mancano i posti di mescita e ristoro, magari sono più belli, con arredamenti lussuosi, illuminazioni innovative, musica soffusa, ma sono vuoti di memoria. Nuovi locali che sembra si vergognino di sembrare osterie: l’osteria evoca la vecchiaia. Per contro si aprono wine-bar dove con un calice di vino si offrono salatini “di plastica”. E’ necessario rivendicare i ritmi, gli odori, i sapori e, perché no, il giocare a carte propri dell’osteria. Attraverso la rifondazione delle osterie aperte ai giovani, alle donne, agli uomini ricupereremo la nostra saggezza, la nostra umanità. Per questo vi consiglio calorosamente di leggere: “Quando a Venezia non c’erano i fast-food ghe gera i bacari” di Sandro Brandolisio – Filippi Editore – Venezia.

Galdino Zara 

 

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